Le frasi convenzionali e le loro conseguenze

È di uso comune, soprattutto durante gli incontri occasionali, pronunciare frasi convenzionali come per riempire i vuoti insostenibili che affiorano nelle relazioni superficiali. In tal modo si cerca di allontanare l’imbarazzo, il disagio, il senso di costrizione di doversi fermare e perdere il proprio tempo, la vulnerabilità al giudizio dell’altro.  Altre volte si cerca qualcuno e qualcosa da dire per allontanare la solitudine e il senso di inutilità e vacuità che affiora dall’interno,  pronunciando parole che cercano di connettere, come la tela di un ragno,  due parti distanti tra loro.

Le parole, che vanno oltre il saluto ordinario, in realtà non restano mai in superficie. Ogni parola o frase crea una reazione in chi la riceve. Emozioni, associazioni, rivisitazioni del passato vengono stimolate consciamente e incosciamente, creando una cascata di ormoni e neurotrasmettitori che giungono al corpo sedimentandosi.

Il potere della parola è grandioso e se ne fossimo maggiormente coscienti, modificando solamente il nostro modo di esprimerci, cambieremmo in poco tempo la realtà che ci circonda.

Spesso purtroppo assistiamo a incontri fortuiti in presenza di bambini, che sembrano essere l’oggetto prediletto su cui concentrare le vacue osservazioni. Frasi apparentemente innoque come “…a scuola giochi, sudi e così prendi freddo” dirette a un bimbo raffreddato, lasciano solchi profondi nelle menti avide  di conoscenza dei nostri cuccioli, che associeranno il gioco al disagio della malattia e al disappunto degli adulti. Ogni concetto espresso è una azione che crea inevitabilmente una reazione nelle menti di ogni età ed è facilmente comprensibile come incidano maggiormente nelle giovani menti in formazione.

Numerosi sono gli individui che portano su di sè i limiti e le conseguenze di tali parole. Nel portamento anomalo, nella rigidità fisica e mentale, nelle scelte comuni di vita che solo all’apparenza sono  frutto del libero arbitrio.  Persone prigioniere di concetti e sensazioni impresse come un marchio apparentemente indelebile.

Le parole hanno il potere di programmare le menti allontanandole dal centro dell’autentico  sentire,  conducendo a trattenere l’impulso (nell’esempio, di giocare) a favore del controllo mentale. La frattura che si forma giorno dopo giorno in un mondo edificato su relazioni vissute senza consapevolezza allontana la mente dall’istinto, creando individui vulnerabili e facilmente manipolabili perchè sradicati da se stessi.

Come un palloncino senza filo, la mente non ancorata alla percezione del corpo e degli istinti si dissocia automaticamente dal cuore nel tentativo di salire sempre più in alto alla ricerca di falsi dèi. Sono adulti che seguono il dovere, che diventano i loro stessi ruoli. Adulti che “non hanno tempo da perdere” nè per sorridere, sepolti sotto coltri di concetti che formano le sbarre di una invisibile prigione.

Quando tra il nucleo del sentire l’impulso e l’azione si infiltra un concetto assorbito dall’esterno, la mente diventa facilmente controllabile, condizionata a ricevere direttive al di fuori di sè. Mentre la coscienza, che in origine permeava ogni aspetto, è ricacciata, come per sentire volutamente di meno ed evitare il conflitto interiore.

Il rimedio è la presenza! Abituarsi giorno dopo giorno a richiamare la consapevolezza al momento presente per poter scegliere  in piena coscienza i piccoli come i grandi gesti della nostra vita. Riportare la  nostra mente all’attimo presente  ci rende  più simili ai bambini e ci apre l’accesso al “Regno dei Cieli“, ad una percezione della realtà circostante priva degli usuali filtri dei concetti che, come una lente, altera la nostra rappresentazione del mondo opacizzandola.

 

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