Lo stato meditativo

Lo stato meditativo è la nostra autentica condizione permanente che si instaura quando ci risvegliamo dall’oblìo ed entriamo coscientemente nella vita. Fino a quel giorno siamo avvolti da una nebbia che offusca la consapevolezza e che ci rende in parte più simili al regno vegetale che non umano.

Convinti di “fare abbastanza”, la maggior parte degli individui “pratica” la meditazione, come lo yoga, o altre arti orientali, al pari di un’azione da compiere, restando in superfice, agganciati ai confini della personalità, ritornando alle consuete occupazioni quotidiane accompagnati dal solito atteggiamento distratto ricolmo di vaghi e inutili parole che rimbalzano in una mente indomita.

La meditazione non è una pratica. È uno stato dell’essere.

L’archetipo dell’Eremita che entra nella notte in una grotta oscura, seguendo un sentiero illuminato dalla sua stessa coscienza è l’immagine che meglio descrive l’atteggiamento del ricercatore del suo stesso Spirito. Dove la notte è l’ignoto, la grotta oscura il mondo interiore sconosciuto, la lanterna la presenza vigile, costante e consapevole.

A nulla serve ritagliarsi una frazione del proprio tempo per “praticare”! Giornate, mesi, anni trascorrono inefficaci poichè la formula applicata è del tutto inadeguata. Occorre invece compiere un iniziale atto di volontà per innescare una propensione che non ha mai fine. Bisogna giungere a desiderare la vita più di ogni altra cosa! È necessario che gli abbagli e le illusioni, con i loro attaccamenti, identificazioni, bisogni e seduzioni,  perdano il loro potere e scendano nella scala delle nostre priorità. Questo è il motivo per cui si è pronti ad entrarvi dopo una perdita, una crisi o una malattia. In realtà la forza motrice della disperazione non è l’unico mezzo che abbiamo a disposizione. Ognuno di noi si trova sempre davanti a due strade: una porta costrizione e  sofferenza, l’altra è  liberamente scelta.

Incarnare l’archetipo dell’Eremita, che con la sua luce dorata e soffusa rischiara il cammino, alternando momenti di  solitudine, silenzio e immobilità  a un’attenta e consapevole presenza nell’osservare gli atti compiuti nella quotidianità.

Come fosse una fragile pianta novella, è necessario  coltivare la presenza, vigile e costante  in ogni momento della nostra giornata e trovare il tempo per ritirarsi  perdendo i confini della propria identità in momenti di silenzio e disidentificazione, alternando queste due fasi in un’onda senza fine. 

Per abituare la mente al silenzio, cercare angoli a contatto con la natura, tra boschi e verdi prati, ruscelli e spiagge sabbiose, dove l’eco armonico della vita, risuonando all’interno della nostra anima, può  accordare, come fosse un diapason, anche le melodie più stonate.

Giorno dopo giorno la coscienza si risveglia e ci impregna con la sua luce sempre più a lungo fino a non abbandonarci più, spegnendo in modo del tutto naturale gli automatismi neuronali di una mente distratta.

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